| Regia: | Wim Wenders |
| Assistente alla regia: | Martin Hennig |
| Soggetto e sceneggiatura: | Wim Wenders |
| Fotografia (bianco e nero, 35 mm): | Robby Müller (assistente operatore: Martin Schäfer) |
| Montaggio: | Peter Przygodda |
| Scenografia: | Heidi Lüdi, Bernd Hirskorn |
| Suono: | Martin Müller, Bruno Bollhalder |
| Musica: | Improved Sound Limited |
| Interpreti: | Rüdiger Vogler (Bruno Winter-King of the Road), Hanns Zischler (Robert Lander-Kamikaze), Lisa Kreuzer (Pauline), Rudolf Schündler (il padre di Robert), Marquard Bohm (l'uomo dell'incidente), Dieter Traier (Paul), Franziska Stömmer (la padrona del cinema "Weiße Wand"), Patrick Kreuzer (il bambino della stazione), il camion "Hermes" |
| Produzione: | Wim Wenders Filmproduktion (Monaco di Baviera) |
| Durata: | 176' |
| Origine: | Germania, 1975 |
Sulla genesi di Nel corso del tempo (1975) lo stesso Wenders ha dichiarato di aver ricevuto spunti durante la lavorazione del film precedente: "Alla fine [di Falso Movimento, n.d.a.] ho trovato in Germania tante cose diverse da quelle che mi avevano stimolato, al punto di augurarmi di non avere nessuna storia ben definita da cui partire. Ho quindi deciso di trasformare il mio film successivo in un Reise-Film (film di viaggio) in cui potessi liberamente far emergere ciò che mi interessava cammin facendo, perché avrei avuto la libertà di inventare la storia nel corso della lavorazione. Un film cioè in cui, dopo la metà, tutto potesse diventare completamente diverso." (Spagnoletti, 1979 : 125). E proprio come era nelle intenzioni del suo autore e regista Nel corso del tempo nasce come un film in cui non c'è una storia ben definita: "L'unica invenzione era la situazione stessa: il camion e l'itinerario, tutto il resto erano delle 'trouvailles'.", ha dichiarato il regista in un'intervista (Dawson, 1976 : 31).
Secondo l'usanza di lavorare sempre con la stessa troupe Wenders, per girare Nel corso del tempo, chiama i suoi soliti collaboratori: Robby Müller e Martin Schäfer alla fotografia, Heidi Lüdi alla scenografia, Peter Przygodda al montaggio e come interpreti nei ruoli dei due protagonisti Rüdiger Vogler e Hanns Zischler, quest'ultimo già scritturato in Summer in the City, nonché la sua compagna anche nella vita privata, l'attrice Lisa Kreuzer, già vista in Alice nelle città nel ruolo della madre della bambina. Questa modalità di lavoro consente a Wenders di affrontare le difficoltà che gli si presentano con uno spirito diverso dal "caso" particolare costituito dal film La lettera scarlatta, di cui abbiamo già parlato. La storia che scaturisce da questa compagnia ricorda vagamente i vecchi tempi dei saltimbanchi che facevano i loro spettacoli nelle piazze dei paesi. Ed infatti il film viene girato completamente in senso cronologico, cioè senza un piano di lavorazione. L'atmosfera è atipica, improvvisata, ma costituisce un caso unico nella filmografia del regista e soprattutto un'opera d'arte che ormai appartiene alla storia del Nuovo Cinema Tedesco.
Wenders si affida alla tradizionale lentezza narrativa che contraddistingue tutte le sue opere. Il film cresce col
passare del tempo, proprio come lascia credere il suo titolo. La storia ha per protagonisti due uomini, Robert
Lander (Kamikaze) e Bruno Winter (King of the road), che si conoscono all'inizio del film e che compiono un
lungo viaggio lungo il confine tra le due Germanie alla ricerca di un giusto rapporto con se stessi, un viaggio al
cui termine i due si separano per prendere ognuno la propria strada.
Robert è un medico logopedista appena tornato
dall'Italia,
dove è stato lasciato dalla moglie, e lo incontriamo mentre con la sua auto si lancia a tutta
velocità dentro le acque del fiume Elba, deciso a suicidarsi. Il viaggio è per lui l'occasione
per liberarsi dai fantasmi del suo passato, diventa quasi un procedimento catartico dell'essere. Grazie
al viaggio, Robert riesce ad oggettivare un'esistenza e a prendere le distanze da una vita matrimoniale ormai
non più riproponibile.
Al contrario di Robert, Bruno sembra non avere un passato. Di lui non sappiamo nulla, tranne che da due anni vive da solo su un vecchio camion e che va in giro di paese in paese a riparare i proiettori dei cinema di provincia. I problemi di Bruno sono solo quelli che riguardano il lavoro, per lui il viaggio rappresenta un mezzo per acquistare una coscienza del proprio passato: «Per la prima volta mi sento come uno che ha dietro di sé un certo tempo, e questo tempo è la mia storia.», dichiara Bruno alla fine del film, "rassicurato da un'esperienza che se per Robert era stata violentemente liberatoria, in lui ha determinato piuttosto una lucida presa di coscienza." (D'Angelo, 1994 : 79). Ma Robert e Bruno sono diversi tra loro non solo per il rapporto col proprio passato, ma anche per come affrontano la realtà. Robert "incarna il potere della Ragione, e non a caso agisce riferendosi continuamente all'universo della parola (del quale, tra l'altro, studia le anomalie nell'apprendimento infantile). Il suo modo di comunicare e di rapportarsi al mondo passa attraverso il linguaggio verbale e i mezzi che ne permettono la diffusione. [...] Bruno rappresenta invece l'irriducibile presenza del corpo, la forza incontrollabile del bisogno materiale (durante il viaggio si ferma per dormire e defecare; è il solo dei due che vediamo mangiare o abbandonarsi a risate istintive e irrefrenabili)." (D'Angelo, 1994 : 79).
Questa opposizione e questa diversità tra i due porta inevitabilmente ad una difficoltà di comunicazione.
Nella prima parte del
film i dialoghi tra i due sono ridotti all'osso (e Wenders sottolinea questa lontananza tra loro inquadrandoli
sempre separatamente). Poi, lentamente, cominciano a scambiarsi qualche frase (e a comparire insieme nella
stessa inquadratura), ma prevalentemente la loro comunicazione è fatta di gesti e sguardi. Dopo
essersi separati per un po' di tempo, durante il quale Bruno trova la compagnia di una cassiera di cinema e
Robert va a trovare il padre con il quale deve chiarire i problemi familiari del passato, i due si ritrovano per
giungere infine nei pressi di una postazione militare abbandonata dagli americani. Si confrontano ancora,
fanno a pugni, ma poi scoprono che è ora di prendere strade diverse. Robert dice: «Bisogna
cambiare tutto.» e abbandona l'amico prendendo un treno che incrocia il vecchio camion col quale Bruno
continua a viaggiare per la provincia tedesca. Il film finisce con un'inquadratura emblematica in cui si vede un
cinema di provincia dal nome affascinante: Weiße Wand (Schermo bianco). Sul parabrezza del
camion di Bruno si riflettono le due lettere iniziali delle due parole: "WW", quasi ad alludere a
Wim Wenders, ormai ridotto a fare il mestiere del regista senza sapere quale sarà il futuro del cinema.
E di lì a poco, infatti, compare la scritta "end", costruita con le tre lettere accese dell'insegna
al neon del vecchio cinema di provincia: "WeißE WaND".
Nel corso del tempo rappresenta una svolta nella carriera di Wenders. Con la conclusione del ciclo dedicato al viaggio egli infatti getta allo stesso tempo le basi per un nuovo approccio al mezzo cinematografico. Già in questo film si fa strada quella lucida e attenta riflessione sul linguaggio cinematografico e più in generale sul futuro del cinema che troverà più tardi con Lo stato delle cose del 1982 il proprio coronamento. Questa riflessione prende corpo soprattutto nel personaggio di Bruno, che gira col suo camion andando a riparare i proiettori delle sale cinematografiche situate nei piccoli paesini di provincia lungo il confine intertedesco. Già all'inizio del film Bruno parla con il vecchio gestore di un cinema che rievoca nei suoi ricordi i tempi del cinema muto, quando in sala c'era sempre l'orchestra. Anche alla fine del film c'è un colloquio tra Bruno e la signora proprietaria del cinema "Weiße Wand", in cui la donna si lamenta della produzione attuale e attende tempi migliori per la riscossa del cinema. Ma più di ogni altra cosa pare che con il personaggio di Bruno Wenders voglia rendere un accorato omaggio a tutti coloro che lavorano a contatto con il mondo del cinema e che nello stesso tempo si trovano dietro alla facciata di lustrini; un omaggio a quell'universo sterminato di gente che lavora grazie al cinema e che pazientemente adempie al proprio lavoro senza battere ciglio e che tutt'al più attende una rinascita del mondo di celluloide, ormai ridotto a stereotipi senza significato. Wenders con questo film sembra volerci guidare alla scoperta di un cinema "che ritorni all'originale ingenuità descrittiva, fatta più di corpi che di idee, che anteponga la trasparenza dell'immagine alle mistificazioni della parola e in cui il comportamento fenomenologico dell'uomo non venga soffocato dalle costrizioni spettacolari della trama." (D'Angelo, 1994 : 85). In quest'ottica va interpretata la sequenza in cui Bruno e Robert intrattengono insieme una scolaresca bloccata in platea da un guasto tecnico, improvvisando uno spettacolo di ombre cinesi dietro a uno schermo illuminato. Wenders ci vuole comunicare la necessità di un ritorno alle origini del cinema, proprio nel momento in cui rappresenta inequivocabilmente una dimensione che lo spettacolo ha ormai completamente perduto. Il film porta in calce la dedica al regista Fritz Lang, uno dei padri del cinema espressionista tedesco, preso a simbolo da Wenders per aver egli provato l'esperienza di confronto con la realtà cinematografica americana.
Tutti i maggiori critici sono d'accordo nel rilevare in questo film l'importanza dell'amicizia di stampo maschilista tra Robert e Bruno e nell'assegnare a questo rapporto tra i due personaggi una valenza di sottile polemica nei confronti del cinema americano. Ma ad aiutarci in questo frangente, come in altri, intervengono le parole dello stesso Wenders che ha scritto in proposito: "Questo film racconta di due uomini, ma è diverso dal tipo di film sugli uomini fatto a Hollywood. I film americani, in particolare quelli più recenti, sono film di mera rimozione, nei quali le relazioni degli uomini con le donne e le relazioni tra uomini sono soffocate dal soggetto, dall'azione, dalla coazione al divertimento. Tacciono sul vero problema, sul perché gli uomini si trovano bene soprattutto tra uomini, sul perché o non amano davvero le donne o, se le amano, le vedono come un modo per passare il tempo. Il mio film tratta di due uomini che stanno bene insieme e si trovano meglio di come starebbero con una donna. Seguiamo le loro difficoltà, la loro insicurezza affettiva, e il loro tentativo di nasconderla. Ma, nel corso del tempo, arrivano a conoscersi abbastanza bene da riuscire a parlarne tra di loro. Andando avanti questo porta alla loro separazione perché in questo viaggio attraverso la Germania finiscono per trovarsi troppo vicini. Questa è una storia che gli altri film non raccontano: la storia dell'assenza delle donne e, contemporaneamente, la storia del desiderio della loro presenza." (Spagnoletti, 1979 : 125). Di donne ne parla anche Bruno nel film, che si sfoga con Robert aiutato dall'alcool e dice: «Ho un desiderio struggente... di una donna, di una donna qualsiasi. Ogni donna mi suscita questo desiderio... e credo che capiti a tutti gli uomini... Non voglio più attaccarmi ad una donna. So che potrebbe essere diversa da come è. Non so come si potrebbe vivere con una donna.». La confessione di Bruno mette in luce la sofferenza patita in assenza di una donna, ma introduce anche un elemento di novità nella filmografia wendersiana: se è vero che già nei precedenti film Bloch, Winter, Wilhelm e lo stesso Robert non hanno mai saputo alimentare un rapporto costruttivo con l'altro sesso, è altrettanto vero che mai finora un personaggio wendersiano aveva dato sfogo a simili pensieri. Con Nel corso del tempo lo scioglimento dell'arcano femminile per i personaggi di Wenders è ancora ben lontano da venire. Sebbene si assista ad una lieve conversione del regista nei confronti dei personaggi femminili - già nel film successivo alla trilogia della strada , bisognerà attendere ancora molto tempo, prima di trovare nei film di Wenders una donna in veste di protagonista. Non parliamo poi di storie d'amore: per vederne una bisognerà aspettare il 1986 e anche allora non sarà un uomo ad innamorarsi di una donna, ma un angelo.
Con Nel corso del tempo Wenders ottiene unanimi consensi da parte della critica e riconoscimenti che sanciscono la sua definitiva ascesa ad autore cinematografico di fama internazionale. A questa situazione contribuisce senza dubbio il clima di generale interesse che si forma attorno ai cineasti tedeschi, cosicché il 1976 può essere considerato l'anno della definitiva consacrazione di Wenders e del Nuovo Cinema Tedesco: assieme al suo, i nomi di Fassbinder, Schlöndorff, Syberberg, Geissendörfer, Kluge, Herzog divengono famosi in tutto il mondo. In America il settimanale Newsweek dedica all'inizio dell'anno il titolo di copertina ai nuovi cineasti tedeschi. I festival di tutto il mondo iniziano ad inserire nei loro programmi proiezioni e retrospettive di autori tedeschi. A Wenders viene dedicata la prima retrospettiva cinematografica italiana in occasione del Festival di Monticelli Terme del 1976, dove viene anche pubblicato il primo libro italiano sul regista di Düsseldorf. Il 1976 è anche l'anno in cui si organizza la prima retrospettiva dedicata a Wenders in Nordamerica e precisamente a Toronto, ove il regista viene intervistato dalla giornalista Jan Dawson. L'anno 1976 infine è stato l'anno in cui Wenders fonda la propria casa di produzione Road Movies Filmproduktion G.m.b.H., che, dopo il fallimento finanziario del Filmverlag der Autoren (e la decisione di limitarne i compiti solo alla funzione di distribuzione), gli permette di mantenere l'autonomia artistica che gli era necessaria.