| Regia e sceneggiatura: | Wim Wenders |
| Fotografia (colore, 35 mm): | Robby Müller, Muriel Eldstein, Uli Kudicke, Wim Wenders, Masatoshi Nakajama, Masashi Chikamori |
| Montaggio: | Dominique Auvray |
| Suono: | Jean-Paul Mugel, Axel Arft, Rainer Lorenz |
| Musica: | Laurent Petitgand |
| Interpreti: | Yohji Yamamoto |
| Produzione: | Road Movies Filmproduktion GmbH (Berlino), in collaborazione con il Centre National d'Art et de Culture Georges Pompidou (Parigi) |
| Durata: | 80' |
| Origine: | Germania, 1989 |
Dopo aver intrapreso nel 1987 il progetto Il cielo sopra Berlino e prima di imbarcarsi nella lunga e faticosa lavorazione di Fino alla fine del mondo (1991), Wenders trova comunque il modo di realizzare un altro lungometraggio che si inserisce nella serie di reportages documentaristici, divenuti ormai una presenza costante e che l'autore sembra alternare alle opere di fiction. Rispetto agli analoghi lavori che lo precedono, questo Notebook on Cities and Clothes (Appunti di viaggio su moda e città) del 1989 presenta una differenza fondamentale: non parla di cinema, bensì di moda. Il lavoro viene commissionato dal Centre National d'Art et de Culture Georges Pompidou di Parigi e, secondo quanto riferisce D'Angelo, pare che Wenders sia inizialmente scettico a realizzare un film documentario che parli di moda (D'Angelo, 1994 : 126). Il punto di partenza di Wenders nella realizzazione del lavoro è la convinzione che ormai la moda possa essere considerata a tutti gli effetti una manifestazione estetica e artistica. La cinepresa dunque documenta il lavoro certosino dello stilista giapponese Yamamoto, osserva le sfilate e lo segue nel suo processo di creazione. In una lunga confessione lo stilista si sofferma a parlare dei suoi dati biografici, ma anche della solitudine, del suo desiderio di morte, del disagio che lo costringe a vivere perennemente in viaggio tra Tokyo e Parigi, tutte sensazioni che anche Wenders non si sente di smentire ed anzi asseconda con la cinepresa e con l'utilizzo della (propria) voce fuori campo, ormai divenuta consueta in questo genere di lavori documentaristici. Wenders si interroga infine sulle somiglianze tra il mondo della moda e quello del cinema, che "si muovono costantemente in bilico tra apparenza e realtà." (D'Angelo, 1994 : 127): in fondo sia nella moda che nel cinema si va sempre alla ricerca di uno stile personale, si cerca di non ripetersi e al contempo bisogna tentare di perseguire una sintesi tra vecchio e nuovo, tra tradizione e innovazione.