Roma, 7 ottobre 1997
Lo svolgersi degli "Stati Generali del Cinema Italiano" a Venezia, a cui ha fatto seguito la giornata di studi sulla "Promozione culturale all’estero", organizzata dalla CGIL/Esteri, impone una riflessione su uno dei punti più importanti per l’industria cinematografica e audiovisiva (e non solo per questa) del nostro e degli altri paesi europei: la circolazione delle opere cinematografiche e dei prodotti audiovisivi all’estero.
Mentre la società globale della comunicazione diffonde l’illusione di una circolazione libera e universale delle informazioni e una crescita senza precedenti delle possibilità espressive, sul sistema delle telecomunicazioni, un sistema che - si stima - alla fine del secolo varrà il 10 per cento dell’economia mondiale, si stanno giocando gli equilibri economici e politici del mondo.
Dagli anni ’70 a oggi abbiamo assistito a una progressiva convergenza industriale, fatta di scalate societarie, fusioni e acquisizioni, tra i possessori dei diritti sul contenuto (i "vecchi" produttori), i gestori delle vie di accesso (i distributori) e i venditori dell’accesso agli utenti finali, convergenza strategica favorita da scelte politiche da parte dei governi - in primis quello statunitense - che stanno rimuovendo ogni barriera tra i diversi settori. In più, in virtù della teoria gravitazionale delle masse finanziarie, si prevede che all’alba del terzo millennio la metà degli investimenti nell’industria cinematografica verrà da società coinvolte in telecomunicazioni, mentre dalle tradizionali società di produzione verrà solo un marginale 16 per cento.
Questa ridefinizione dei ruoli ha conseguenze più profonde e più gravi di quanto possa apparire: le imprese di telecomunicazioni, da trasportatori neutrali, stanno diventando anche produttori di servizi, decidono cioè quali sono i programmi da produrre e trasmettere. Gli editori, nel frattempo, passando dal broadcasting tradizionale (finanziato da pubblicità e/o canone) alla distribuzione diretta, possono allargare il proprio mercato offrendo il loro prodotto in forme più adatte alle esigenze dell’utente finale. E poiché la fiction è la principale voce della raccolta pubblicitaria, un business che nel 1995 ammontava nel pianeta a 400 mila miliardi di lire, i pubblicitari, da parte loro, di fronte a questo cambiamento epocale hanno il terrore di una "polverizzazione" degli ascolti, che renderà critico il costo-contatto.
Questo enorme allargamento dell’offerta e della domanda culturale, che investe in maniera essenziale l’audiovisivo, non garantisce affatto la differenziazione del prodotto, né l’accesso dei prodotti fuori mercato al mercato dei grandi, né tanto meno una attenzione alla qualità, che non è certo nell’interesse degli azionisti delle telecomunicazioni, che operano in settori diversi da quello culturale e le cui scelte sono ovviamente orientate al puro profitto industriale.
In sintesi, in un quadro di questo genere non è più possibile il controllo del contenuto, in quanto il contenuto è ormai un prodotto industriale di massa, in cui la creatività subisce l’influenza del budget e della forza distributiva e promozionale.
Il panorama che vediamo davanti a noi presenta certamente segnali allarmanti di appiattimento delle identità culturali. Ma si tratta di un processo che va comunque governato e non subito apocalitticamente.
La risposta europea di imporre quote obbligatorie di opere europee da trasmettere in tv, o l’esperienza spagnola con la "licenza di doppiaggio", non possono essere considerate più di misure transitorie, certamente utili: a correggere un mercato che, se lasciato alle sue "leggi", ignora qualsiasi esigenza di autentico pluralismo, e a garantire la circolazione di creazioni alle quali viene affidata tanta parte dell’identità nazionale.
Il punto è che bisogna pensare meno a proteggersi, e cominciare a muoversi più dinamicamente sugli altri mercati, rispondendo alla globalizzazione con l’affermazione della "differenza culturale". Ma è chiaro anche che la diffusione all’estero della cinematografia italiana ed europea può avvenire solo attraverso un consorzio tra i principali organismi distributivi (sul modello di Unifrance, che opera fin dal 1994), che provveda alla "localizzazione"(cioè l’adattamento dei prodotti/opere ai diversi "bacini linguistico-culturali") e alla diffusione della nostra cinematografia, attraverso la gestione dei diritti di utilizzazione per l’estero e un marketing che punti non solo alla distribuzione in sala, ma che soprattutto guardi ai nuovi sistemi di diffusione, che ormai hanno superato del 200 per cento gli incassi del theatrical, cioè delle sale. Questa è un’azione che non può più essere rimandata, se si vuole esportare un’immagine dell’Italia che vada al di là del parmigiano e della griffe di sartoria, ma soprattutto - ed è quanto interessa a noi tutti - se si vuole passare dalla posizione di terra di conquista a quella di elemento dinamico della circolazione culturale.
Che i tempi siano maturi lo dimostra anche il risultato della IIª commissione degli Stati generali del cinema, riuniti a Venezia (della quale abbiamo fatto parte), che ha appunto proposto la creazione di un'Agenzia per il marketing e la promozione del cinema italiano all’estero.
Un’Agenzia della quale devono far parte tutte le forze che hanno interesse al rilancio del cinema italiano nel mercato internazionale, Ente gestione cinema e Rai International in testa, che abbia caratteristiche no-profit e goda di ampia autonomia gestionale e operativa. Un’Agenzia che dovrà assorbire tutte le competenze pubbliche in materia di promozione del cinema italiano all’estero gestendone i fondi relativi, e avvalendosi di contributi pubblici e privati, oltre a eventuali proventi derivati dai servizi che potrà fornire a terzi e di risorse reperite presso i mercati finanziari internazionali.
I compiti dell'Agenzia dovranno essere:
Per questi scopi l'Agenzia, deve proporsi di utilizzare ogni strumento utile al raggiungimento dei suoi obbiettivi e rispondere prontamente a ogni evoluzione tecnologica e del mercato; quella in corso è una vera e propria guerra e va combattuta con le armi adeguate. E l’Italia, prima potenza culturale del pianeta, non può permettersi di perderla, ora che è costretta a uscire dalla neutralità. Ma per combatterla sono necessarie risorse iniziali cospicue (basti pensare che J.Toubon, ex ministro francese della Cultura dotò Unifrance di 16 milioni di dollari), risorse che ritengo debbano essere individuate (come in Francia) nella tassa sugli spettacoli cinematografici, che ha generato nel solo ‘96 oltre 60 miliardi netti.
(Mario Paolinelli)
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